L’agenda di questi giorni è ormai puntata sulla necessità di comprendere quanto lo smart working sia funzionale alla produttività, e quanto dovrebbe essere mantenuto dalle grandi aziende. A tal proposito ci sono diverse scuole di pensiero, ricerche sociologiche e psicologiche che indicano questa modalità di lavoro come molto utile per tutti.

Flessibilità, autonomia, responsabilizzazione, orientamento ai risultati: con queste parole chiave si potrebbe sintetizzare la filosofia (e la pratica) che sta alla base dello smart working, il lavoro “agile” che può essere applicato con notevoli vantaggi non solo all’interno delle aziende, ma anche all’interno della pubblica amministrazione.

Eppure, non so come mai, per certi versi non mi trovo molto d’accordo con questa tipologia di lavoro, e, a tratti, più che smart working, mi sembra una bella scusa per lavorare un po’ così, alla “come ci pare”.

A volte, in accordo con Beppe Sala che parla di “grotta”, penso che possa appunto assumere i tratti degli uomini delle caverne di Platone, i quali uomini, se vogliamo essere un po’ maligni, forse è più facile “gestire” come vogliamo…

Altra cosa che penso, è che può diventare un rischio per la salute fisica e mentale, per la socialità e per la motivazione, e cerco di spiegarti perché la penso così…

Nonostante io sia da sempre un sostenitore dell’assenza di costrizioni, soprattutto a lavoro, del lavorare per obiettivi, per risultati, e non per orario, ritengo che il modo in cui stiamo portando avanti il lavoro in smart working non sia perfettamente funzionale alla produttività, ne’ alla crescita della società.

Qualche giorno fa, il professor De Masi, professore di sociologia del lavoro presso La Sapienza di Roma, esprimeva in un programma televisivo la sua grande felicità nel vedere, finalmente, gran parte delle persone poter lavorare da casa. Ed è proprio questo il punto: lavorare da casa. Non da dove si vuole, ma lavorare da casa, solo da casa…E a parte la fase iniziale di euforia, quando puoi stare a casa, non ti devi fare la barba se sei un uomo, o depilare ogni giorno le gambe se sei donna :-P, non consumare una nuova camicia, ma puoi bellamente metterti davanti al pc con la tua maglietta sudicia e senza lavarti nemmeno la faccia. ll rischio di peggioramento psicosociale mi sembra evidente.  Perché, a parte i più virtuosi, e quelli che riescono a mantenere uno stile di vita sano, mi sembra sotto gli occhi di tutti che lavorare esclusivamente da casa faccia ingrassare (il metabolismo rallenta), faccia lavorare in modo distratto, e che se non usciamo di casa qualche mattino, magari due o tre a settimana, non consolidiamo le nostre relazioni, ma, soprattutto, non consolidiamo le nostre emozioni! Perché ora vorrei sapere da voi se è la stessa cosa guardare negli occhi un collaboratore, un partner, o chiunque faccia parte della nostra attività, dal vivo, rispetto all’utilizzo di strumenti come Zoom, Skype e simili.

Ma non è nemmeno questo il punto, perché, ripeto, io sono un grande sostenitore dello smart working, proprio perché è smart. E secondo voi, è smart (intelligente), non preoccuparsi di insegnare a utilizzare il cloud a chi deve farlo? È smart non affrontare in termini formativi questo cambiamento, anche per chi non ha mai sceso un computer?

Personalmente, aiuto imprenditori e professionisti a migliorare la produttività, la gestione aziendale, la gestione del personale, il marketing strategico, e vi posso assicurare che il livello di alfabetizzazione informatica, anche per molti imprenditori o professionisti di successo, è spesso molto basso.

E anche se il professor De Masi esprime grande piacere nel dire che durante il lockdown gli insegnanti sono riusciti ad insegnare, vorrei conoscere le modalità con cui ci si è preoccupati di trasferire quelle soft skill e hard skill necessarie a chi debba lavorare in questo modo, soprattutto agli insegnanti, che, poverini, hanno dovuto rimboccarsi le maniche e iniziare a imparare qualcosa!

Perché, ragazzi, il lavoro agile, non prevede soltanto l’utilizzo delle piattaforme di videoconferenza. Il lavoro agile consiste nell’utilizzo di fogli in cloud, su Google Drive o Dropbox, nell’utilizzo di tabelle, di moduli, di questionari.

Significa comprendere come far visualizzare dei video o come montare ed editare dei video, come realizzare dei test a risposta multipla, delle survey automatizzate. Come trasformare quelle survey in dati quantitativi da poter analizzare e utilizzare per migliorare le prestazioni.

Non è smart working utilizzare la videoconferenza, è smart working capire come la tecnologia può davvero agevolare i processi operativi!

Secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano lo si tratta di “una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”.

“lo Smart Working è un modello organizzativo che interviene nel rapporto tra individuo e azienda. Propone autonomia nelle modalità di lavoro a fronte del raggiungimento dei risultati e presuppone il ripensamento “intelligente” delle modalità con cui si svolgono le attività lavorative anche all’interno degli spazi aziendali, rimuovendo vincoli e modelli inadeguati legati a concetti di postazione fissa, open space e ufficio singolo che mal si sposano con i principi di personalizzazione, flessibilità e virtualità”. BELLISSIMO!!!

Ad oggi, il 39% delle aziende ha implementato politiche di smart working. Di queste, il 27% lo ha attivato solo per alcune aree funzionali, mentre per il 12% coinvolge tutti i dipendenti. C’è poi un 12% di imprese che ne prevede l’introduzione entro due anni. Lo smart working è visto anche come una leva strategica per attrarre nuovi talenti (79%) che lo vedono come un elemento differenziante nel 37% dei casi o comunque come un incentivo su cui far leva insieme anche ad altri elementi quali il grado di responsabilità e le condizioni economiche nel 42%.

FANTASTICO!!!

Qui finanza riporta invece che, nonostante il lockdown sia terminato, circa il 50% di chi lavora per la pubblica amministrazione continuerà a farlo in smart working fino al 31 dicembre 2020, destinato ad aumentare al 60% nel 2021 per l’emendamento emanato dal Movimento Cinque Stelle.

Ma è davvero così? Non voglio tirarla troppo per le lunghe, ma, siccome ci sono passato anche io, nel lockdown, e vi assicuro che da anni lavoro ANCHE in smart working, di seguito ho stilato una  lista di vantaggi e svantaggi, molto spesso direttamente collegati:

Vantaggi:

✓ Aumenta la libertà e l’autonomia del lavoratore. Ha una maggiore capacità di organizzare il suo tempo.

✓ Gli consente di risparmiare denaro su aree di lavoro, trasporti o forniture (elettricità, riscaldamento, ecc.)

✓ Può risparmiare molto tempo nei viaggi, specialmente nelle grandi città.

✓ Migliora la conciliazione della vita lavorativa con la vita personale e familiare, che è spesso molto apprezzata.

✓ Se il lavoro è ben strutturato (di solito basato su obiettivi), la produttività può essere aumentata.

✓ Si nota un miglioramento della qualità della vita del lavoratore, il lavoratore apprezza il lavoro e l’azienda. Questo può attrarre talenti per il business.

✓ Permette l’integrazione di persone con mobilità ridotta.

Svantaggi

✓ Sapersi gestire, saper gestire la propria libertà, richiede una crescita personale non indifferente, e grande autodisciplina.

✓ Si risparmia sui costi per trasporti e alimentazione, ma si tende a mangiare di più, e a mangiare cose poco salutari (dolci, pasta, pizza)

✓ La vita sociale può risentirne…La modalità con cui interagiamo con le persone potrebbe “abituarsi” a rimanere in superficie, come accade quando si è davanti a uno schermo

✓ Il nostro metabolismo potrebbe risentirne

✓ Rimanere a casa ci impigrisce, ed anche il minimo spostamento può diventare pesante.

Insomma, lavorare in smart working può essere una buona soluzione, virus o non virus, solo a queste condizioni che sinceramente ritengo imprescindibile:

Alternarlo alla presenza in ufficio (es. 2 giorni a casa e 3 in ufficio)

Se viene fatta la giusta formazione a chi lavora in questa modalità. La formazione non deve riguardare soltanto gli strumenti (hard skills), ma, soprattutto le soft skills, come l’approccio mentale, la capacità organizzativa, l’autodisciplina da avere per non trasformarlo in “stupid working”, ovvero in un lavoro senza motivazione, senza una direzione, senza emozione!

Massimiliano Poltroni

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